1521: si stampa in lingua italiana il De Architectura (parte prima)

Febbraio 11, 2021 Off Di Archeologia del sottosuolo

Cesare Cesariano, o Ciseriano (Milano 1483 – Milano 1543), è pittore, architetto e ingegnere militare, nonché allievo di Donato di Pascuccio d’Antonio detto il Bramante.

Agli inizi del Cinquecento Cesariano traduce in lingua italiana il riscoperto De Architectura di Marco Vitruvio Pollione, trattato scritto mille e cinquecento anni prima. Inoltre lo commenta, scrive numerosi accenni a Milano e al suo Castello visconteo-sforzesco, il Castrum Portae Jovis (Castello della Porta di Giove o Giovia). Prepara anche le incisioni che vanno a costituire l’apparato iconografico del futuro libro.

Il rovescio della medaglia, se così si può dire, è che a tanta capacità e perseveranza seguono vicende tutt’altro che piacevoli. Difatti, tradotto e commentato il De Architectura, a Cesariano sarà balzata alla mente la domanda: «Ed ora, che ne faccio del mio lavoro?» e qui sorgono i guai.

All’epoca, dare alle stampe un’opera implicava un impegno economico non da poco. Di certo il nostro capace architetto si sarà guardato attorno, avrà proposto il lavoro a qualcheduno di danaroso, facendosi infine aiutare finanziariamente da Aloisio Pirovano, al quale si unisce Agostino Gallo per completare la cifra da investire. Ma non ha fortuna e, invece di trovare in loro due onest’uomini, capisce tardi d’esseri messo con un “gatto” e una “volpe”. Sostanzialmente – e qui vediamo che i disonesti e gli approfittatori albergano in ogni epoca – si affida, pur con le dovute cautele, a due farabutti.

Con atto notarile si stabilisce che le spese della traduzione commentata e illustrata siano a carico di Aloisio Pirovano e Agostino Gallo, ma Cesariano non è abbastanza accorto da farsene dare copia. Siccome non bastava premere un tasto ed ottenere la stampa in digitale come oggi, Cesariano segue passo passo la composizione tipografica delle pagine per la dovuta correzione, ma ad un certo punto ciò gli è negato. Forse perché si erano accorti che modificava qualche frase in modo criptico, in modo che solo lui ne sapesse sciogliere il significato. Questo voleva dire che Cesariano stava sentendo puzza di fregatura e voleva poter dimostrare di essere lui l’autore del lavoro, dal momento che gli enigmi li sapeva sciogliere lui solo.

La faccenda si complica, scappa con le bozze ancora da stampare, ma viene raggiunto e sbattuto in galera. Dietro le sbarre ci sta poco, ma non ottiene giustizia e dopo breve i due malandrini stampano circa milletrecento copie del lavoro, ma senza citarlo come autore e intascandosi i proventi. E siamo nel 1521, ovvero esattamente cinquecento anni fa.

Inferocito, intraprende una lunga battaglia legale, fortunatamente con buon esito: nel 1528 ai due disonesti sono confiscate le copie invendute e così pure parte dei beni del Gallo necessari a rifondere Cesariano del danno subito.

Oggi pochi lo ricordano ed invece è bene riportarlo in auge.

Noi, nel nostro piccolo, ci siamo impegnati: Cesare Cesariano ci fa da guida nei sotterranei della Metropoli andando a distingue e suddividere gli ipogei in base alla tipologia.

(testo liberamente tratto da: Gianluca Padovan, Forse non tutti sanno che a Milano…, Newton Compton Editori, Roma 2016).

-SEGUE-

G.P.

Testa di Giove ritrovata nei pressi del Castello di Milano.

 

De Architectura tradotto e illustrato da Cesare Cesariano, edito nel 1521

 

 

TESTI DI RIFERIMENTO: